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La messa dell'uomo disarmato
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Bianchi, Luisito

La messa dell'uomo disarmato

Milano : Sironi, 2003

Abstract: Luisito Bianchi scrive questo romanzo negli anni Settanta, rappresentando con i mezzi della letteratura un'esperienza per lui profonda e cruciale, seppur vissuta in giovanissima età: la Resistenza italiana. Nel 1989 - dopo una profonda revisione da parte dell'autore - gli stessi amici ne curano la prima pubblicazione, autofinanziata e ora esaurita. Il libro inizia così a diffondersi da mano a mano, da amicizia ad amicizia, secondo le stesse parole dell'autore. L'editore Sironi, imbattutosi come tanti altri in quest'opera e convinto della sua forza, la propone ora al grande pubblico.

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SILVIA POZZI
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(La messa dell'uomo disarmato, Luisito Bianchi)

Ho terminato da qualche giorno la lettura de “La messa dell'uomo disarmato” di Luisito Bianchi. L'impressione è che sarà una lettura che non passerà in fretta, ma lascerà il segno e continuerà a scavare dentro proprio come quella Parola con la P maiuscola tante volte richiamata, citata, meditata nelle pagine di Bianchi.

Il lettore che volesse avvicinarsi a quest'opera deve ritenersi avvertito: dovrà cimentarsi con un testo arduo, non solo per la mole – il romanzo supera le 800 pagine – ma anche per la complessità della scrittura. Mi riferisco in particolare alla prima parte, nella quale, sotto forma di messaggi epistolari del novizio Franco al suo maestro Dom Placido, vengono esposte le domande che costituiscono il nodo del testo, e alla terza, in cui a quelle domande si dà in qualche modo risposta: come conciliare l'esistenza di Dio, lo svelarsi della sua Parola, con l'Avvenimento (la seconda guerra mondiale con il suo carico di atrocità, la morte di tanti giusti)? Cosa fa di un uomo un cristiano? Come rendere grazie di un dono – quello della riavuta libertà – conquistato dal sangue versato di altri, un dono la cui gratuità fa sentire quasi indegni di riceverlo?

Il linguaggio, ricco di citazioni e riferimenti biblici, riproduce talvolta nella sua tortuosità la difficoltà della ricerca di una risposta, i tormenti di un'angoscia spirituale che il lettore sente di condividere. A tratti solo l'intuizione, l'improvviso svelamento, come quello che si può trovare nell'ineffabile linguaggio senza parole della Musica, che non a caso ha tanto spazio nella ricerca di Dom Placido, sembrano poter fornire gli appigli per continuare il cammino.

La seconda parte, che narra dell'Avvenimento, dei giorni della Resistenza, è popolata di figure a cui si finisce inevitabilmente per volere bene: Piero, medico per vocazione, partigiano perché non potrebbe essere altrimenti, e che anche se si dichiara ateo, è un cristiano autentico– lascia intendere Luisito - perché è nel servizio all'uomo che si misura la fedeltà a un Dio che ha voluto essere uomo fra gli uomini; Maria, moglie di Piero, la cui grazia riempie la casa di Piero e le pagine del libro; Benedetta, madre di Piero, esempio di carità cristiana, che insieme al suo uomo, che fa fatica a parlare, ma che quando lo fa è per dire qualcosa di importante, sembra costituire un modello della coppia cristiana; Rondine, l'esempio provato dell'adagio “gli ultimi saranno i primi”, punto di unione tra la vita e la morte, grazie al suo incessante dialogo con i morti a cui parla dei vivi; Giuliano, quasi un tutt'uno con il suo asino, con cui condivide una vita piena di stenti e segnata dalla fame perpetua; Toni, a cui i fascisti hanno fatto bere l'olio di ricino nel '22, ma che, nonostante questo e nonostante la povertà e l'emarginazione dovute al fatto di non essersi voluto piegare, è sempre rimasto fedele all'ideale socialista; la Cecina, moglie di Toni, una contadina infaticabile che conserva la freschezza e la saggezza del popolo. E poi i tanti partigiani: primo fra tutti Balilla, sotto le cui commoventi ingenuità di ragazzo si intravede già l'uomo che sarà; Lupo, capo severo, ma giusto; Stalino, che nonostante abbia un figlio in arrivo, sceglie la via della montagna per poter guardare quel figlio negli occhi senza vergogna; Dom Luca – rinato come Dom Benedetto fra i partigiani - l'uomo disarmato che nel dono della sua vita celebra la vera messa di comunione con gli uomini.

Si ride con i rimbrotti della Cecina a Toni, per le ingenuità di Balilla, si piange per la morte di molti, di troppi che si incontrano nelle pagine del romanzo e che si finisce per amare.

Luisito, nella parte conclusiva del romanzo, sembra mettere in guardia il lettore: quegli uomini sono stati traditi. Già all'indomani della Liberazione troppi sedicenti partigiani hanno sostituito quelli che la Resistenza l'hanno fatta davvero: armati di slogan e di fazzoletti rossi intonsi esibiti come una medaglia, essi non appaiono, nei gesti e nelle parole, molto diversi da quelle camicie nere che li hanno preceduti.

Nei turbolenti giorni del dopoguerra ad apparire disarmati appaiono gli uomini che la guerra l'hanno vista e conosciuta: disarmati sono Piero e Stalino, per i quali dopo tanto sangue l'idea di riprendere le armi è intollerabile, ma che sentono levarsi intorno a loro le voci di tanti giovani arrabbiati che incitano a proseguire la lotta armata per concretizzare quegli ideali per cui loro sono stati disposti ad imbracciarle la prima volta; disarmati sono quelli che le armi non le hanno mai prese, come Franco, che nei tremendi fatti della guerra ha assistito al silenzio della Parola e che sente il peso opprimente di non aver partecipato alla lotta per la conquista della libertà, rendendosi quindi indegno di goderne.

Quindi che fare? Resta a chi – come me, come te, come Franco – non ha partecipato alla Resistenza onorare quella memoria, non con manifestazioni o commemorazioni di un giorno, ma con l'impegno di ogni momento. E la Memoria deve trasformarsi in azione. La Resistenza, infatti, non è per Luisito solo a un avvenimento storico definito ed esaurito nel tempo, ma è impegno civile quotidiano e inesauribile per l'affermazione di quei valori di libertà, dignità e solidarietà che hanno animato l'azione di tanti partigiani.

Concludo questa piccola recensione con una piccola osservazione. C'è forse un altro protagonista nelle pagine di Bianchi: la terra. Come la parola, la terra è onnipresente. Le vicende della vita contadina – l'aratura, la semina, la crescita e il taglio del grano e del mais, la spannocchiatura – scandiscono la vita degli uomini e istituiscono un dialogo con la loro anima. La narrazione di Luisito restituisce il respiro della terra, quel senso di eternità che intuiamo sotto il ripetersi ciclico delle stagioni.
Quella terra che - viene da pensare con la mente di chi assiste al progressivo mutarsi delle stagioni per effetto dei cambiamenti climatici – l'uomo ha tradito, così come ha tradito quegli uomini che per la sua libertà hanno dato la vita.

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