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Gli ultimi messaggi del Forum

Uomini sotto il sole - Ghassan Kanafani

È un breve romanzo contemporaneo che rientra nella letteratura della resistenza palestinese. L’opera affronta il tema della diaspora palestinese e dello sradicamento di un popolo dalla propria terra in seguito alla nascita dello Stato di Israele e all’arrivo degli ebrei fuggiti dall’Europa dopo le persecuzioni naziste. Se da un lato gli ebrei erano stati vittime di atrocità disumane, dall’altro il romanzo mette in luce come questa tragedia abbia generato nuove sofferenze per la popolazione palestinese, costretta all’esilio, alla povertà e a continui viaggi della disperazione. Nel romanzo si assiste infatti al drammatico viaggio di tre uomini palestinesi che cercano di raggiungere il Kuwait in cerca di lavoro e di una vita migliore. Fin dalle prime pagine il loro cammino appare segnato da condizioni disagevoli ed oppressive, quasi come se il destino della morte fosse già scritto. All’ambiente naturale del deserto, torrido e soffocante, si aggiunge infatti l’incubo dell’autocisterna di ferro nella quale i protagonisti vengono nascosti durante il viaggio clandestino: uno spazio chiuso, rovente e disumano che amplifica il senso di angoscia e soffocamento. Ghassan Kanafani denuncia anche la brutalità e la disumanità dei contrabbandieri che organizzano questi trasporti clandestini. Pur di ottenere denaro, essi non guardano in faccia nessuno e finiscono per considerare gli uomini non come persone, ma come semplici oggetti da trasportare, privati della loro dignità umana. Dal punto di vista strutturale, il romanzo segue uno sviluppo abbastanza lineare, interrotto soltanto da alcuni flashback che riportano ai ricordi e alle esperienze dolorose dei tre protagonisti. La scrittura di Kanafani è cruda, essenziale e fortemente descrittiva: il deserto stesso diventa quasi un antagonista della vicenda, una presenza ostile che schiaccia i protagonisti e distrugge le loro speranze. L’epilogo è particolarmente drammatico e lascia nel lettore un forte senso di amarezza. Anche il contrabbandiere, che per gran parte della vicenda appare cinico e interessato solo al guadagno, nell’ultima scena mostra una disperazione autentica, quasi un improvviso ritorno alla propria umanità davanti alla tragedia compiuta. Una possibile critica che si può muovere al romanzo riguarda il fatto che Kanafani non esplicita pienamente il contesto storico e politico della vicenda. Il lettore, infatti, comprende che i tre protagonisti sono profughi palestinesi costretti a vivere in condizioni disperate, ma queste informazioni non vengono spiegate in modo diretto dall’autore. Per questo motivo, chi non conosce già la questione palestinese o le tematiche affrontate da Kanafani potrebbe avere difficoltà a comprendere fino in fondo la situazione dei personaggi e il significato del loro viaggio. Sarebbe stato quindi interessante inserire almeno una breve premessa capace di orientare maggiormente il lettore e di chiarire il contesto storico e umano in cui si svolge la vicenda. Comunque, attraverso una storia semplice ma profondamente drammatica, Kanafani riesce a trasformare il viaggio dei protagonisti in un simbolo universale di tutte le migrazioni disperate e delle ingiustizie che ancora oggi colpiscono milioni di persone.

Il gatto dai sette nomi - Federico Santaiti

È un libro molto tenero che racconta la grande gioia, felicità ed empatia che questi animali sanno trasmettere nella vita delle persone che li accolgono. Il protagonista della storia è un micetto dallo spirito libero, un grande osservatore sempre curioso. Proprio questa curiosità lo porta a scoprire i bisogni, le tristezze e le insicurezze nascoste nell’animo delle persone. Attraverso semplici gesti, a volte anche simpatici e leggeri, riesce quasi sempre a dare il via a cambiamenti importanti, aiutando gli altri a compiere scelte decisive o a realizzare desideri che spesso vengono accantonati per paura. La trama del libro è lineare e segue la crescita di questo gattino, che attraversa le vite di diverse persone nel corso del tempo: si parte da delle ragazzine, si passa ad adulti, fino ad arrivare a una nonnina, che sembra quasi rappresentare il riflesso della sua vecchiaia. C’è anche un ricongiungimento finale con la prima persona che si era presa cura di lui, come a suggellare una ciclicità della vita e a esprimere una sorta di riconoscenza verso chi lo ha accolto per primo. Il titolo non sembra essere casuale: il numero sette richiama simbolicamente le sette vite del gatto. In questo caso, però, il micetto, pur vivendo un’unica esistenza, sembra viverne simbolicamente sette, perché accompagna la vita di sette persone diverse, aiutandole a ritrovare serenità e felicità. Nel corso della storia vengono affrontati temi importanti e attuali: il bullismo, come nel caso di una ragazzina derisa per il suo aspetto fisico, e quindi il bisogno profondo di essere accettati per ciò che si è; le delusioni d’amore e la paura di rimettersi in gioco dopo una sofferenza; la perdita del lavoro e della casa, che può lasciare disorientati ma anche spingere a ricominciare con determinazione; il tema dell’immigrazione e della difficoltà di costruirsi una vita in un paese diverso dal proprio; la vecchiaia, con le sue fragilità e la solitudine; e infine anche il mondo del lavoro e dei ritmi frenetici, che rischiano di soffocare la vita personale e i sentimenti. In tutte queste situazioni, il gattino diventa una presenza capace di far scattare nelle persone quel cambiamento necessario per affrontare la vita in modo più sereno e consapevole, senza mai essere invadente. Ciò che ho apprezzato maggiormente di questo libro, che in alcuni momenti è anche molto commovente, è la straordinaria capacità dei gatti di intuire i sentimenti umani e di esserci sempre nei momenti più difficili. Questa sensazione l’ho sentita in modo particolare anche perché ho due gatti e mi sono riconosciuta in diverse situazioni raccontate. È proprio questo aspetto che vorrei sottolineare con forza: la sensibilità con cui il libro riesce a raccontare il legame profondo tra esseri umani ed animali, e il modo in cui, a volte, una presenza costante e vibrante, con il suo dolce linguaggio di fusa, può davvero fare la differenza nella vita delle persone.

R: La sonnambula - Bianca Pitzorno

Non avevo mai letto nulla di Bianca Pitzorno, confesso che nella mia ignoranza la credevo una scrittrice solo di libri per bambini, e sono arrivata a questo romanzo solo perché è stato inserito nella dozzina dei candidati allo Strega, e la cosa mi ha incuriosito.
A lettura conclusa, credo resterà il primo, e anche l'ultimo, perché mi aspettavo qualcosa di diverso, e di migliore, e non un romanzo scontato, con uno stile di scrittura piattissimo e una storia banale, un romanzetto rosa davvero indegno di una casa editrice come Bompiani.

L'inverno della levatrice - Ariel Lawhon

È un giallo storico che si basa sui veri diari della levatrice Martha Ballard, un personaggio, quindi, realmente esistito. Il diario, conservato tutt'oggi, è un documento straordinario per il suo valore documentario e quotidiano. Nel diario originale di Martha si ritrovano annotazioni essenziali e molto pratiche: nascite, interventi come levatrice, malattie, decessi, condizioni meteorologiche e dinamiche della sua comunità. Pur nella loro innegabile obiettività, emergono osservazioni implicite su tensioni locali e vicende giudiziarie, ma sempre in uno stile funzionale, quasi da registro, senza spazio per una vera elaborazione emotiva, ma una semplice annotazione di fatti della quotidianità. Questa impostazione asciutta viene ripresa dall'autrice Ariel Lawhon nella costruzione del romanzo, che è scritto in prima persona. La scelta della prima persona, in un contesto narrativo di questo tipo, crea inizialmente un effetto quasi innaturale di distanza emotiva, in cui prevale una voce controllata, cronachistica che sembra stridere con la forma diaristica ed autobiografica, in genere più intima ed introspettiva. Forse è una forma voluta dall'autrice stessa, che con questo iniziale tono asciutto rispetta la fonte storica e restituisce l'impressione di un documento autentico. La protagonista stessa dice di sé: "sono una cronista di fatti, non di sentimenti ". Tuttavia, a differenza dei diari autentici, nel romanzo l'emotività si sviluppa gradualmente con il procedere della lettura e la narrazione lascia emergere sempre più chiaramente l'indole dei personaggi e sentimenti e considerazioni della protagonista. Il risultato è un equilibrio tra fedeltà storica e rielaborazione letteraria. A questo si aggiunge che nel romanzo sono presenti descrizioni del paesaggio estremamente curate e suggestive, che contribuiscono a costruire un’immagine molto vivida dell’ambiente in cui si svolge la vicenda. In particolare, emerge con forza la rappresentazione di un inverno rigido e quasi ostile, così com'è storicamente documentato l'inverno del 1789 in Maine, che non fa da semplice sfondo ma diventa parte integrante dell’esperienza dei personaggi e della loro quotidianità. Un altro elemento rilevante è la presenza di un numero molto ampio di personaggi, che affollano la narrazione e contribuiscono a restituire l’idea di una comunità viva e interconnessa. Il risultato è quello di una storia profondamente calata nella vita quotidiana di un villaggio, in cui si intrecciano eventi pubblici e privati, piccoli episodi domestici e vicende collettive.
In questo contesto, i numerosi dialoghi assumono un ruolo fondamentale, perché rendono più dinamica la narrazione e rafforzano l’impressione di una realtà osservata da vicino, quasi dall’interno. Interessante la figura della levatrice, che viene descritta in modo semplice e concreto: riporta rimedi naturali a base di erbe e le pratiche di cura tipiche del suo lavoro. Attraverso il suo sguardo emergono anche le esperienze delle partorienti, sia sul piano fisico sia emotivo, con attenzione a dolore, paura e sollievo legate al parto e al travaglio. In questo modo la sua figura diventa centrale nel mostrare la realtà quotidiana della comunità e la dimensione umana del parto, mantenendo uno stile essenziale e realistico. Per quanto riguarda la struttura del libro, sono presenti alcuni salti temporali nel passato che interrompono la linearità della narrazione. Questi momenti di ritorno servono a mettere in evidenza eventi significativi che hanno avuto un impatto sul presente e che contribuiscono a chiarire aspetti fondamentali della vita della levatrice, arricchendone il profilo e la comprensione da parte del lettore. Sono presenti anche numerose citazioni dalle opere di Shakespeare, per sottolineare temi universali come la giustizia, la colpa, la sofferenza e le relazioni umane, rendendo la narrazione più profonda, ed anche inquadrando storicamente i gusti letterari del tempo. Un romanzo che non solo restituisce voce e dignità alla spesso trascurata figura di Martha Ballard, ma che affascina anche per la lente con cui l’autrice la reinterpreta, trasformando la memoria storica in una narrazione viva, personale e profondamente umana.

La vagabonda - Colette

Un romanzo intimo e raffinato, sul conflitto tra amore e libertà; un personaggio femminile sorprendente per modernità, che sceglie consapevolmente chi essere, accettando la solitudine pur di restare libera; un finale amaro: l’indipendenza a scapito dell’amore romantico. Ma la narrazione è troppo introspettiva e statica, spesso ripetitiva, da cui una lettura faticosa e poco coinvolgente.

R: L'avversario - Emmanuel Carrère

Un romanzo-reportage intenso e cupo, nato da un fatto di cronaca nera e trasformato in un racconto inquietante e magnetico. La scrittura è essenziale ma efficace e lo stile sobrio e quasi distaccato. Non c’è giudizio morale ma osservazione lucida e desiderio dell’autore, presente all’interno del racconto, di comprendere l’ambiguità del male, il vuoto interiore del protagonista, il “bugiardo che c’è in lui e che lo inganna”. Peccato che nella parte centrale il ritmo rallenta e alcune riflessioni tendono a ripetersi. Nonostante questo, resta un libro difficile da dimenticare.

La sonnambula - Bianca Pitzorno

Un romanzo che cattura per l’atmosfera sospesa tra realtà e visione, per l’intensa introspezione della protagonista, per lo stile scorrevole e accessibile, per l’intreccio di personaggi realmente esistiti con figure di fantasia, a volte anche un po’ improbabili. La scrittura però è forse fin troppo semplice, la prosa eccessivamente lineare e a tratti didascalica, la narrazione un po’ ripetitiva nella prima parte ed il finale troppo prevedibile.

Il gattopardo - Giuseppe Tomasi di Lampedusa

È un classico ricco di minuziose descrizioni, quasi pittoriche, che trasportano il lettore nella Sicilia ottocentesca. La prosa è raffinata ed elegante, a volte ricercata, e indugia spesso sui dettagli sfarzosi dei palazzi, sui vestiti e sui banchetti, riflettendo il tenore di vita nobile del suo protagonista. Lo stile è alto e colto, denso e caratterizzato da una struttura della frase complessa. Non è un romanzo che punta sul ritmo incalzante o sulla trama d'azione, ma è un'opera di riflessione ed osservazione, che impone il suo ritmo di narrazione al lettore, costringendolo a rallentare per assaporare la complessità di un mondo che sta scomparendo. Indiscutibile la sua bellezza, ma può risultare a tratti ostico, richiedendo un'attenzione continua se non si vuole rischiare di perdere le sottigliezze di alcuni passaggi. Fin dall'incipit l'autore Giuseppe Tomasi di Lampedusa utilizza riferimenti all'arte, evidenziando il gusto estetico aristocratico. Il libro ha poi una forte connotazione storica e politica: è infatti ambientato durante il Risorgimento e descrive il passaggio dal regime borbonico all'unificazione d'Italia, con il conseguente declino dell'aristocrazia e l'ascesa della borghesia. L'assenza quasi totale del dialetto sembra quasi sottolineare la distanza aristocratica dei personaggi dal popolo comune. Molto belle le descrizioni floreali in cui domina l'elemento olfattivo, oltre a quello visivo. Non mancano poi ironia sottile e sarcasmo, con alcune situazioni simpatiche, che impediscono al libro di diventare pesante o eccessivamente solenne. Sebbene la coscienza del Principe sia il filtro principale con cui viene mostrata la percezione del mondo, in alcuni capitoli o paragrafi emergono anche altri punti di vista, oltre ad un narratore onnisciente che anticipa fatti futuri. La parte romantica non manca, anche se l'amore non emoziona ed è spesso legato a logiche di potere e convenienza o al desiderio che anima i cuori più giovani. Non passa indifferente, poi, il desiderio carnale del principe verso Angelica, un desiderio che sembra ribellarsi al suo sfiorire biologico e sociale. Altro tema che risulta una presenza costante è il confronto con la morte, vista non come un evento spaventoso, ma come la migliore uscita di scena in un silenzio che sovrasta il rumore della storia. Vi sono diversi salti temporali che mettono di fronte a fatti compiuti: anche questi sottolineano l'inevitabilità del destino e l'inesorabile scorrere della storia. Il romanzo è stato pubblicato postumo ed il ritrovamento di diverse appendici e varianti nel manoscritto originale testimonia quanto anche la stesura sia stata travagliata ed accurata. Nonostante la lentezza e la mancanza di ritmo siano state per me uno scoglio faticoso da superare, non posso negare la bellezza di questo classico: un libro che non si legge per correre verso il finale, ma per restare sospesi, quasi con sofferenza, nell'eleganza di un mondo che svanisce.